ART INSPO: Luchino Visconti

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Luchino Visconti è un regista che non ha bisogno di presentazioni. La sua produzione artistica spazia dal cinema, al teatro, all’opera lirica e in ognuno di questi ambiti ha portato innovazione, rottura con i modi precedenti di fare cinema, di allestire gli spazi, di chiedere agli attori. Il suo approccio innovativo e dirompente rispetto a tutto ciò che era stato visto fino a quel periodo, siamo nell’Italia dagli anni ’40 alla fine degli anni ’70, si osserva anche e soprattutto nella scelta dei temi proposti al pubblico: temi che scuotono, che fanno stare scomodi, temi che mettono le persone davanti ad una realtà che non può essere ignorata.

Visconti porta sullo schermo omosessualità, pedofilia, incesto, decadenza e corruzione insieme a tutta la brutalità della lotta per il potere. Non è un regista che concede ma è crudo, diretto pur non perdendo mai un’eleganza di fondo sia che si tratti di film i cui protagonisti sono i poveri, i popolani come in Rocco e i suoi fratelli (1960) o Bellissima (1951), sia che in scena ci siano aristocratici e borghesi come ne La caduta degli dei (1969), Ludwig (1973) o il celebre Il Gattopardo (1963).

Nell’Italia di quegli anni, proporre pellicole con quelle tematiche voleva dire rompere con tutti gli stereotipi di film che circolavano in quel periodo, suscitare scandalo, esporsi a insuccesso sicuro ai botteghini come nel caso de La terra trema (1948) o a boicottaggi e censure perchè i film erano ritenuti offensivi e diffamatori.
Ma è Visconti stesso in un’intervista che ci dice che i film devono scuotere, devono mostrare le cose così come sono, devono togliere il velo e mostrare l’Italia vera agli italiani. E, anche se per gli italiani, è difficile recepire il messaggio di realtà che Visconti propone, questo non lo ferma ma continua a raccontare le sue storie, quelle di cui sente che è giusto dare voce come nel caso di Morte a Venezia (1971) in cui il regista dice che è stato il testo di Thomas Mann a cercare lui e non il contrario.

Ho usato spesso la parola realtà perchè Visconti è stato uno dei fondatori di quel movimento artistico definito Neorealismo con il suo intento di raccontare il vero e di raccontarlo non solo nelle tematiche ma anche nelle modalità. Questa caratteristica che accompagnerà tutta la produzione artistica del regista anche quando si distaccherà dalle tematiche tipiche del neorealismo per cercare nuove vie, ne diventerà il tratto caratterizzante.

La necessità di realismo di Visconti si manifesta nella sua ossessione verso i dettagli che devono essere autentici. Tutto in scena deve essere orchestrato per fare in modo che gli attori si muovano in uno spazio vero e non artificiosamente ricostruito.
Emblema di questo è l’ambientazione de Il gattopardo girato con mobili d’epoca riempiti di biancheria d’epoca a prescindere dal fatto che questa fosse inquadrata o meno, il cibo vero, i vini a temperatura perchè gli attori fossero immersi negli odori, nelle luci e nei riflessi del mondo che stavano riportando in vita. Meno conosciuto è un retroscena di Bellissima in cui il costumista Piero Tosi riferisce che aveva il divieto assoluto di creare gli abiti in sartoria ma che, fermava per strada le signore che vestivano con abiti che lo colpivano e che potevano adattarsi a quello che serviva per girare il film e chiedeva loro di venderglieli.

Realtà che ricerca vie nuove per poter essere raccontata e arrivare a porre al pubblico determinati problemi perchè sia spinto ad interrogarsi o realtà che semplicemente vuole porre l’attenzione per custodire la memoria di qualcosa che è stato e che ha del potenziale di apprendimento per le future generazioni. L’interesse di Visconti per i giovani, per gli artisti esordienti, per i nuovi registi che si stanno affermando è un altro tratto che ne caratterizza gli intenti artistici. Il regista stesso sostiene che per lui la molla che lo fa scattare è avere qualcosa da dire, qualcosa da insegnare come nel caso de La caduta degli dei in cui afferma il valore di documento di quel film proprio per le nuove generazioni che non sanno esattamente cosa è successo in Europa in quel periodo.

In molte delle sue produzioni ha dato largo spazio ai giovani, a persone che non avevano mai fatto quel mestiere e, nel momento in cui sperimenta vie nuove, il suo obiettivo è quello di aprire una porta su qualcosa di completamente diverso che può ispirare gli altri a fare lo stesso.

Ho definito Visconti in questo articolo come il ribelle reale. La sua capacità di rompere con schemi, consuetudini e linguaggi artistici non è mai fine a se stessa ma ha un intento molto preciso: quello di mostrare il vero alle persone per farle riflettere. Questo intento calibra energeticamente a livelli elevati della coscienza collettiva perchè si inserisce nel movimento di evoluzione più grande in cui gli artisti hanno il compito di essere veicolo e portale.

Questo nonostante le difficoltà e le circostanze.

La realtà di Visconti è sempre colorata di regalità perchè la crudezza non necessariamente si deve accompagnare a sciatteria o a pressappochismo. In un mondo odierno dove anche per la produzione artistica vige il “fatto è meglio che perfetto” e la tendenza a risparmiare, l’attenzione maniacale di Visconti ai dettagli e alla qualità dei materiali ci restituisce l’immagine di un artista che tiene alla sua arte e che non può fare a meno di agire in virtù di quel perfezionismo perchè pienamente consapevole del valore reale che l’arte merita e che deve essere portato al suo pubblico.


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