Esiste un fatto. Per avere impatto è necessario essere visibile per le persone pronte a ricevere quell’impatto da noi.
Ma che succede se vogliamo avere impatto ma abbiamo paura di essere celebri? Se abbiamo paura di essere visti?
Succede che, se quella paura è talmente tanto radicata in noi, può spingerci a nasconderci. Nasconderci vuol dire non farsi vedere e il non farsi vedere non è solo il non mostrare i nostri contenuti o progetti creativi al pubblico o non partecipare a quel provino o contest e simili. Non farsi vedere vuol dire anche mettersi nelle condizioni di non farsi trovare dal pubblico disposto a vederci.
Questo si traduce in comportamenti di autosabotaggio come scegliere il momento o il luogo sbagliato per presentare il nostro progetto creativo, usare una piattaforma dove sicuramente non è presente la nostra audience, scegliere collaboratori o progetti che non corrispondono ai nostri valori e alla nostra visione, accontentarsi di clienti che tirano i nostri contenuti verso il basso, raccontarsi che tanto, in quanto creativi, non possiamo aspirare a compensi elevati o a lavorare alle nostre condizioni, scegliere luoghi di performance con energia diversa dalla nostra, mollare prima ancora di averci provato. Questo si traduce in rifiuti e conferma la narrazione interna di fallimento.
1.Facciamo chiarezza: il vero problema.
Il vero problema è avere paura non di essere celebri ma di essere visti per quello che realmente siamo. Più nello specifico per alcuni di noi questo non ha niente a che fare con il “non essere abbastanza”. La vera paura è deludere le aspettative che gli altri hanno costruito e proiettato su di noi. Sia che questo sia avvenuto a livello conscio che inconscio. Quello che c’è sotto è la sensazione continua e sottile di ferire l’altro, di fallire nel dargli quello di cui ha bisogno e che ci sta chiedendo. Non si tratta di “non essere abbastanza” ma di non essere come l’altro vuole per potergli dare quello che sta chiedendo. Non è una questione di quantità ma di qualità di quello che possiamo o non possiamo dare all’altro.
La paura profonda se non diamo è quello di essere rifiutati nella nostra capacità di aiutare l’altro, di guidarlo verso il meglio e questo, per noi leader, equivale all’espressione del nostro Sè superiore. Guidare è la nostra massima espressione e se non riusciamo a farlo, cosa ci siamo incarnati a fare? Diventiamo inutili. La ferita del sentirsi inutili quando si ha un compito di incarnazione come quello di guidare verso il nuovo, verso l’evoluzione può essere così lacerante da bloccare.
2.Una questione di specchi.
Ciò di cui dobbiamo diventare consapevoli è che l’eventuale rifiuto non ha a che fare con noi, con la nostra funzione di guide. Il “rifiuto” ha a che fare con il contenuto della proiezione che l’altro sta facendo su di noi. In quanto Leader portatori di evoluzione siamo uno specchio per l’altro. Il nostro compito è mostrare all’altro se stesso e questo avviene per noi in modo automatico perchè è la nostra energia che si muove in questo modo.
Inoltre, proprio perchè siamo portatori di evoluzione e non facciamo il match con quello che già c’è, costituiamo il diverso e il diverso non è mai il benvenuto nella vita delle persone.
In una sola occasione il diverso o il nuovo è benvenuto dagli altri. Questo accade quando gli altri stanno già cercando qualcosa o qualcuno di diverso, stanno già cercando qualcosa o qualcuno che esca dagli schemi, stanno già cercando un gancio per uscire dallo status quo. E stanno cercando un gancio molto specifico che faccia il match esattamente con quello che il loro Sè Superiore deve portare nella realtà materiale.
3.Il rifiuto come radar.
Il nostro compito di Leader è essere quel gancio, polarizzare con i nostri progetti creativi perchè solo polarizzando creiamo quel tumulto specifico necessario a quelle specifiche persone perchè abbattano i muri e mobilitino le loro risorse per trasformare le loro vite nella direzione che vogliono.
In realtà siamo rifiutati da coloro che non possiamo guidare. Quello che nella nostra narrazione fallimentare chiamiamo “rifiuto” è, in una narrazione più elevata di noi, il radar che ci indirizza con estrema cura verso le persone di cui siamo naturalmente il giusto gancio. Quelle persone che ci stanno già cercando, quelle uniche persone che siamo disegnati per guidare. Ciò che deve muoverci è familiarizzare con l’idea che se non siamo celebri, se non siamo visibili, quelle persone dovranno cercare il loro gancio altrove e non è detto che quel gancio sostitutivo sia altrettanto efficace per loro come quello che potremmo fornirgli noi attraverso i nostri progetti.
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