BELLEZZA, SENSUALITA’ E POTERE FEMMINILE: esperienze personali o socio-politiche?

 E se l’esperienza del nostro corpo, più nello specifico nei termini di bellezza, sensualità e potere femminile non fosse realmente nostra ma qualcosa con radici più profonde che travalicano la solita propaganda della donna oggetto comunemente intesa?

 E se questa esperienza fosse un condizionamento inculcato nei secoli per mantenere un determinato tipo di modello di società di cui “la ragione profonda che gli uomini hanno paura del potere delle donne” fosse solo una banalizzazione volta esattamente a mantenere in vita quel modello organizzativo?

In questo articolo parleremo di:

  1. Bellezza, sensualità e potere femminile: occorre un re-frame
  2. IL TUO SENTIRE PER UNA RIFLESSIONE PIù PROFONDA
  3. GUARDARCI ALLO SPECCHIO: UNA SPINTA SANA MA DISTORTA
  4. UNA VISIONE PIù AMPIA
  5. UNA TRAPPOLA BEN CONGENIATA

 Tutte ci confrontiamo con questo. Ad un certo punto della nostra vita non possiamo non fare una riflessione più o meno approfondita sul rapporto esistente tra bellezza, sensualità e potere femminile. Quello su cui voglio porre l’attenzione in questo articolo è una sfaccettatura del problema legata al fatto che la relazione tra questi tre elementi sia lontana dall’essere un’esperienza legata solo alla nostra sfera privata e alle nostre scelte come persone e come donne. Ad un livello di analisi che travalica i luoghi comuni il concetto stesso che abbiamo e l’esperienza corporea che ne consegue di cosa è bello e cosa non lo è, riferito soprattutto al nostro corpo, corrisponde ad un vero e proprio costrutto socio-culturale legato a scelte politiche specifiche sul corpo della donna e anche dell’uomo.

 Queste scelte non sono solo espressione di mode che cambiano o di condizionamenti per rispondere ai bisogni del mercato ma possono e devono iniziare ad essere lette in modo sistemico come strumenti estremamente efficaci all’interno di un’organizzazione sociale e politica più vasta che perpetua dinamiche di potere sugli altri attraverso il condizionamento al dolore, alla sofferenza e alla paura del dolore e della sofferenza.

Facciamo un passo indietro e partiamo da un’analisi del nostro sentire.

 Ogni volta che ci guardiamo allo specchio o che scegliamo un vestito, un make up o i nostri accessori, cosa realmente e profondamente stiamo giudicando? Si tratta solo di quanto quel vestito, make up o accessorio ci stia bene? O entra in gioco altro?

Proviamo ad andare oltre come abbiamo fatto nel weekend della Scuola Iniziatica Femminile dedicato a questo.

 Se il nostro modo di vedere il nostro corpo, il nostro sentirci o meno belle e sensuali è un costrutto sociale, chi è che sta davvero valutando questi aspetti tutte le volte che ci guardiamo allo specchio? Di chi è realmente quel giudizio? E se il nostro piacerci o non piacerci è solo un condizionamento che può essere letto in modo sistemico più ampio, siamo proprio sicure che quello che chiamiamo bellezza e sensualità nel nostro aspetto fisico riflesso nello specchio, sia davvero bellezza e sensualità? E se invece stessimo giudicando altro?

 La semplice azione del guardarci allo specchio per noi donne, anche nella sua variante del non guardarsi allo specchio perchè andiamo bene così come siamo, è legata a doppio filo non solo ad una valutazione estetica ma ad un check automatico e immediato della nostra autostima, della nostra stessa identità come donne e alla femminilità, sensualità e carisma che siamo in grado di irradiare. Il nostro sentirci belle passa attraverso l’essere a nostro agio profondo con noi stesse e con gli altri per mezzo del nostro corpo e dell’immagine che di noi presentiamo all’esterno.

 Questo nostro volerci sentire belle, a nostro agio, sensuali è una spinta comportamentale sana legata al prenderci cura di noi, al creare attraverso la nostra presenza esperienza di piacere, benessere, accoglienza e cura per noi e per le persone che sono intorno a noi. Questa spinta è stata però strumentalizzata da tempi remoti e, per evitare che venga vista e superata nella sua pervasività, viene distorta spostandola, in un gioco di specchi riflessi, alla sola problematica di autostima personale dove chi sbaglia è la donna che fa dipendere il proprio benessere da quelli che vengono giudicati e, quindi sminuiti, come parametri esteriori.

 Qui non si tratta però di parametri esteriori o interiori rispetto ai quali si ancora la propria autostima ed identità, così come non si tratta, ancora una volta, come accade a molte di noi a livello inconscio rispetto a quello che pensiamo gli altri pensino e valutino in una donna, di ricondurre il voler essere belle e sensuali ad un essere vuote dentro o con valori frivoli, tipici da donna con poca sostanza. Qui si tratta del fatto che siamo stati, uomini e donne con lo stesso peso, condizionati ad associare bellezza e sensualità relativi al nostro aspetto fisico e al nostro corpo con il concetto di potere sull’altro.

 Quello che valutiamo profondamente quando ci guardiamo allo specchio non è realmente la nostra bellezza ma la nostra bellezza in quanto strumento di potere e di conquista sull’altro. Che si tratti di far colpo sugli uomini o di attirare il giudizio positivo e, perchè no, con una punta di invidia delle altre donne, quello che molte di noi cercano profondamente è la conferma del nostro potere di legare in modo più o meno stretto, gli altri a noi e di affabularli con il profumo della nostra essenza di donne.

 La cosa ancora più subdola, come se non bastasse questa dinamica di relazione con l’altro profondamente distorta e inumana che perpetra i giochi di potere di un modello dominatore-dominato che per molti è considerato ormai come parte integrante della natura umana come se non fosse possibile un altro modello di relazione, è che i parametri di bellezza e sensualità con cui noi ci giudichiamo, sono decisi da altri rispetto a ciò che in una donna deve e può essere considerato desiderabile.

 Questi parametri ci riportano indietro nel tempo all’interno di quelle prime civiltà patriarcali basate su modelli di relazione in cui la donna era considerata inferiore all’uomo, quelle società in cui si è assistito allo spostamento di paradigma da una spiritualità immanente presente nella matericità delle cose della vita, corpo delle donne compreso, ad una spiritualità trascendente in cui lo spirito non dimorava più all’interno della materia ma era da ricercarsi al di là, in un tempo e in uno spazio lontano dall’esperienza di vita e di relazioni quotidiane tra gli uomini. Corollario di questo spostamento di paradigma era il fatto che tutto ciò che è materia o che può essere associato alla materia come il corpo delle donne in virtù del legame ciclo mestruale ciclo produttivo della terra cui era ancorato saldamente il vecchio paradigma, viene ora considerato corrotto, fonte di perdizione e identificato con il male.

 In un processo culturale e mitico complesso il nuovo paradigma aveva bisogno di sovrapporsi al vecchio e di legittimare i nuovi modelli di relazione sociali, economici e politici in modo forte spingendo le persone ad aderire il più possibile in modo “volontario” al nuovo soppiantando il vecchio. Quale strumento migliore dell’alterare gli script di relazione tra uomini e donne inserendo una dinamica asimmetrica con cui convalidare il potere sugli altri e la violenza? Quale strategia migliore dell’identificare le donne e la loro sensualità con il male da cui l’uomo deve proteggersi per mantenersi virtuoso e proteggere la donna da se stessa mantenendola virtuosa? Quale tattica meglio congeniata di quella di definire culturalmente attraverso archetipi e loro contrapposizioni come quello di Maria ed Eva parametri di virtù e di desiderabilità cui le donne possono identificarsi o rifiutare continuando comunque a perpetuare la stessa logica asimmetrica?

Davvero vogliamo ancora, come donne della nuova Era, continuare a guardarci allo specchio e considerare la relazione tra bellezza, sensualità e potere come un gingillo che riguarda la nostra autostima personale o il voler essere amate perchè mamma e papà non ci hanno viste??


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