Europa 51 e il corpo di dolore delle donne

Inoltrandoci tra le pieghe e le mille sfaccettature del nostro personale percorso di individuazione ci capita di intercettare emozioni e pensieri che sentiamo non appartengono completamente a noi o che sono in una qualità emotiva troppo densa per poter essere ricondotti solo alla nostra storia personale o familiare. La cultura, i libri, le forme d’arte incluso il cinema, sono strumenti validi per ampliare il nostro orizzonte percettivo spingendoci a renderci conto della pervasività della forma pensiero in cui siamo incappate e a riformulare, di conseguenza, il nostro vissuto tenendo conto dei nuovi elementi appresi rispetto ai corpi di dolore delle donne.

In questo articolo parleremo di:

  1. Intercettare corpi di dolore più ampi.
  2. Trasformare il corpo di dolore delle donne.
  3. Europa 51 e il tema del diverso.
  4. Essere conformi o individuarsi?
  5. Lottare per essere fedeli a se stessi o tacere?
  6. L’IMPOSSIBILITà DI ESSERE DIVERSI: UN PROBLEMA SISTEMICO.

Soprattutto in concomitanza con la luna calante o con l’avvicinarsi della fase mestruale del nostro ciclo, i cambiamenti ormonali che si manifestano nel corpo ci rendono più sensibili a percepire emozioni particolarmente dense che spesso ci fanno sentire sopraffatte e che, ad un’analisi cosciente, per quanto profonda, non riusciamo a collegare direttamente a quello che stiamo vivendo. La stessa densità di sensazione si può attivare nei momenti di grande transizione nel nostro percorso personale quando la tematica che stiamo affrontando va a toccare una tematica sistemica in cui siamo inserite a livello sociale e culturale. In queste situazioni, quello che il nostro radar interiore sta captando, non è il nostro dolore ma IL dolore.

Questo corpo di dolore ha una sua matericità poiché è racchiuso dentro di noi, immagazzinato sotto forma di memoria e di specifici pattern bio-chimici, all’interno del nostro DNA che si riattivano innescando le nostre risposte emotive e comportamentali apprese di fronte ad una determinata situazione. È un corpo di dolore fatto di paura, violenza, ricatti, abbandoni, isolamento. È un corpo di dolore che, in forma di campo morfogenetico, ingloba la vibrazione del dolore di tutti coloro che, non solo donne nel corso dei millenni, hanno incarnato i valori di quello che più volte abbiamo definito Ethos femminile.

Nella misura in cui ciò che riteniamo possibile si manifesti all’esterno è ciò che crediamo e ciò che crediamo è ciò che si manifesta concretamente nella nostra realtà, allargare il nostro radar percettivo per comprendere il corpo di dolore dell’Ethos femminile nella sua pervasività ci permette di ampliare l’orizzonte di ciò che riteniamo possibile e, di conseguenza, di ciò che si crea nella nostra realtà ogni giorno.

Procedere nel proprio percorso di evoluzione personale implica l’individuazione progressiva da quel sistema di pensiero e di riposte emotive e comportamentali apprese che non sono più funzionali alla nostra crescita. Spesso questo sistema di pensiero viene impersonato dal sistema di relazioni che intratteniamo con le persone del nostro clan e si colora di quelle specifiche regole implicite derivanti da valori, convenzioni e set di azioni condivise che fanno in modo che le persone del clan sviluppino un forte senso di appartenenza e mantengano in vita il clan stesso.

Accade così che, una persona che sta compiendo il suo percorso di crescita, si trovi ad un certo punto a non sentirsi più a suo agio nelle occasioni di condivisioni con il clan come il partecipare a cene, vacanze o svaghi che erano fino ad un’istante prima occasioni di scambio e di piacere. Se il percorso di crescita sta già portando al ridisegnare i valori della persona e la sua visione del mondo, il divario con il clan di appartenenza può assumere forme più grandi e, in clan particolarmente chiusi, può portare all’uscita drastica della persona dal clan di riferimento.

Questo è ciò che vediamo nel film Europa 51, film di R. Rossellini del 1952, dove Irene, la protagonista interpretata da Ingrid Bergman, si ritrova a fare esperienze di vita che la porteranno gradualmente a scoprire una realtà e aspetti di sé molto lontani dal sistema dorato della famiglia alto-borghese in cui è cresciuta fino a quel momento.

Quando percepiamo in modo sempre più vivido la differenza tra noi e il nostro clan di riferimento, la scelta se essere conformi e restare nel clan o individuarsi percorrendo strade alternative, diventa evidente. In Europa 51 Roberto Rossellini ci porta all’interno di questa percezione mostrandoci, nello snodarsi della trama del film, tutte quelle situazioni di vita, prima marginali, poi sempre più totalizzanti, che porteranno Irene ad adottare una visione della vita e delle relazioni con l’altro diverse da quelle tipiche del suo clan di appartenenza.

Il processo di trasformazione di Irene è graduale e, con lei, siamo coinvolti nella sua individuazione da perfetta donna borghese, padrona di casa ineccepibile, una Era ridotta a stereotipo del femminile dell’Italia altolocata del dopo guerra, ad una donna che capta e vive prendendo su di sé la sofferenza degli umili delle borgate di Roma. Irene vive nella propria pelle il carico emotivo (o corpo di dolore) di una vita dove si sta ammucchiati in una stanza, dove non si hanno i soldi per pagare una medicina costosa per un bambino, dove donne e uomini con la promessa di una coscienza sociale vengono schiavizzati nel lavoro in fabbrica, dove una prostituta incontra la morte vivendo i suoi ultimi giorni di malattia sola semplicemente perchè la vita è così.

In questi contatti Irene inizia a trasformarsi e allo stesso tempo ad allontanarsi dai suoi impegni di moglie e donna altolocata, a individuarsi dal suo clan di appartenenza che non la comprende più.

Alla fine del film, il processo di individuazione è compiuto, Irene non può e non vuole più tornare indietro, come lei stessa dirà sostenendo che tornare alla vecchia sé sarebbe facile ma questo non le basterebbe più. La scelta è fatta ma assume una forma in cui il corpo di dolore dei “diversi” si manifesta in tutta la sua silenziosa drammaticità.

“ Ma io non sono così. Io sono diversa. Appartengo ad un altro posto. Non faccio niente di male”. Queste le parole della protagonista del film precedente di Rossellini, Stromboli-terra di Dio. Qui vediamo una donna che lotta per la sua diversità e lo fa in modo aperto fino alla presa di decisione di imbarcarsi con la sua piccola valigia nell’impresa titanica di attraversare, incinta da sola e a piedi, l’isola di Stromboli risalendo la cima del vulcano per approdare sulla riva opposta agganciata alla sola speranza di una nave che possa condurla in un posto diverso.

In Europa 51 Irene compie una scelta radicalmente altra. Il suo sentirsi diversa è forte, non può fare più a meno di sentirsi così, ma la pressione implicita della società che non ha ruoli e forme per incasellare i “diversi” in un ruolo costruttivo che sia risorsa per tutti, le fa consegnare il potere di decidere della sua vita agli altri. Irene viene rinchiusa in un’istituto psichiatrico per donne e lì la lasciamo nell’ultima scena del film con la voce degli umili di cui lei ha abbracciato il dolore che dicono: “Ma cosa avete fatto? Lei non è pazza.”

Il processo di individuazione di Irene e la sua conclusione in una struttura psichiatrica mette in luce un corpo di dolore ben consolidato nel nostro inconscio collettivo. È un corpo di dolore che si riattiva tutte le volte in cui sentiamo che la nostra opinione o il nostro sentire è diverso da quello della persone che vivono a stretto contatto con noi. Quante volte in questo sentire ci diciamo o ci sentiamo dire “ Sei pazza!” o abbiamo il timore che stiamo impazzendo?

Il corpo di dolore della pazzia o dell’essere rinchiusi e allontanati se sviluppiamo qualcosa di diverso da quello che gli altri si aspettano da noi assume forme più profonde e tinte più forti quanto maggiore è lo scarto che dobbiamo compiere dal sistema in cui abbiamo vissuto fino a quel momento. Ma questo corpo di dolore, e il film ci offre uno spaccato storico sociale rispetto al nostro passato prossimo, non è solo una nostra impressione. Non è, come dicevamo all’inizio, solo il nostro corpo di dolore. È qualcosa che in modo latente è presente nel vissuto dei portatori di un ethos diverso e che si riattiva in noi in determinate circostanze.

Ovvio che oggi, tendenzialmente, non si rinchiudono più le persone in maniera coatta in strutture psichiatriche o simili. Eppure quel timore sotterraneo resta e influenza la nostra scelta di dichiarare la nostra diversità o di tacerla continuando ad indossare una maschera compromesso per una vita tranquilla.

Irene rinuncia al suo potere di decidere della propria vita, la pressione sociale in quel particolare contesto storico, è troppo forte. Oggi potremmo dire che la forma pensiero cui l’individuazione di Irene avrebbe potuto agganciarsi era ancora troppo debole a livello sistemico e Irene non è stata in grado di captarla. Eppure le frequenze della scelta di Irene, interprete di tutte le donne nel corso della storia e di tutti coloro che compiendo il proprio processo di individuazione entrano nel corpo di dolore del diverso, sono presenti ancora oggi e ci influenzano in vario grado nel modo che abbiamo nel sentirci diverse quando compiamo un passo ulteriore nel nostro percorso di individuazione.

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