SAMAHIN, LA RIMOZIONE NELLA SOCIETA’ E L’ETHOS FEMMINILE.

Samahin sancisce l’entrata in una fase dell’anno, avviatasi con l’Equinozio d’Autunno e che si concluderà nella celebrazione del 1-2 Febbraio con Imbolc, che simboleggia uno dei grandi rimossi della nostra cultura. Nata in civiltà lontane, quando Morte e Rinascita erano indissolubilmente legate al macro ciclo della Vita e quando il contatto con il sacro era l’Ethos che permeava il vivere quotidiano, Samahin porta oggi, nei suoi vari ghirigori di legende e tradizioni di festa, il contatto con l’Oltre e con l’Ignoto.

Sulla Natura scende il silenzio reso assordante dall’immobilità e dalla sospensione dei giorni di nebbia. La luce sempre più fioca accompagna l’ultima fase di spoliazione degli alberi e il buio avvolge e inghiotte ogni forma di vita esteriore. I frutti, non raccolti e lasciati alla terra, possono sfaldarsi e marcire, asciugando l’energia vitale ancora presente in loro per concentrarla in un processo inesorabile di trasformazione tutta rivolta all’interno che li porterà ad assumere una nuova e preziosa forma: il seme.

In questo articolo parleremo di:

  1. Samahin tra bioritmo e ritmo sociale.
  2. Il mito della super donna e il modello sociale dominatore-dominato.
  3. Le nostre origini e l’Ethos femminile.
  4. TORNARE ALL’ETHOS FEMMINILE: RIAPPROPRIARSI DEL CULTO DELLA MORTE COME RINASCITA.

Il tempo buio di cui Samahin sancisce l’entrata definitiva, modifica il nostro bioritmo portandoci a preferire azioni e, per analogia, pensieri rivolti all’interno, in quello spazio silenzioso e intimo che definiamo privato. Se abbiamo scelto uno stile di vita non completamente condizionato dalla scansione del tempo produttivo della società, possiamo sentire con chiarezza il richiamo al contatto solo con le persone più intime, al trascorrere più tempo in casa, ad indugiare verso una maggiore morbidezza nei piccoli gesti e oggetti che accompagnano le nostre giornate.

Più diamo spazio e assecondiamo questo richiamo più può emergere un senso di fastidio e impazienza nel momento in cui, per svariate ragioni di vita, siamo portate ad uscire dalla bolla di intimità e lentezza che il nostro corpo reclama e a confrontarci con la società.

Al contrario, in autunno e per tutto l’inverno i ritmi lavorativi delle città e dei centri densamente abitati tornano ad essere frenetici, caotici, rumorosi. Questa frenesia chiede produttività e assertività, investendo la psiche individuale di strategie, di varia forma, di condizionamento mentale e riconoscimento sociale per garantire una sempre maggiore aderenza del singolo alla collettività. Questi processi, sempre più veloci e incalzanti, avvolgono le persone in una spirale di frenesia inconscia collettiva che crea un processo perverso da cui è difficile sottrarsi: se tutti agiamo in modo “produttivo” ognuno può coltivare l’illusione di non essere solo.

Dietro la facciata della frenesia si instilla nella psiche la paura di restare indietro, della solitudine, del vuoto e della morte garantendo così al sistema società di mantenersi in vita. La cosa perversa è che la paura della solitudine, del vuoto e della morte non viene alimentata definendo in modo negativo questi aspetti ma intervenendo nella creazione e nutrimento, più affascinante e socialmente meno attaccabile, dell’esaltazione del mito della vita, della potenza e del massimo benessere a tutti i costi. Si crea così, goccia a goccia, il mito del super uomo o della super donna,della felicità data dal raggiungimento di successo e di prestigio sociale.

La creazione di questo mito porta non solo, ad associare la parola fallimento con le emozioni connesse di sfiducia nel proprio valore personale, isolamento e tristezza al mancato raggiungimento dello status promesso dal mito. Il coltivare questo tipo di ideale porta ad una dinamica “noi contro loro”. Da una parte avremo così la polarità di coloro che sono allineati al mito del super uomo e della super donna e dall’altra coloro che si sentono forti proprio perchè a questo allineamento non ci credono. Ed ecco così che il nucleo di base che regge l’assetto di questa modalità sociale viene mantenuto: il modello dominatore-dominato o vincente-perdente o noi contro loro.

Ed ecco che Samahin da occasione di contatto con le istanze che regolano i macro cicli di Morte e Rinascita della Vita, da momento fertile di slancio di evoluzione personale e collettiva, diventa intrattenimento fatto di plastica o di pseudo spiritualità che raccoglie informazioni copia-incolla con l’illusione di sentirsi “uno con il tutto”.

L’archeologia ci mostra, con sempre maggiore evidenza, che è esistito un tempo in cui le società non erano costruite intorno al modello dominatore-dominato ma piuttosto in una logica di partnership. Non erano società perfette ma erano società in cui i valori dell’ethos femminile del riconoscimento del sacro portato da ogni creatura vivente, della condivisione, dell’accoglienza e della cura dell’altro non come assistenzialismo ma come garanzia dell’impegno di tutta la comunità per il benessere reale e diversificato di tutti, prevalevano. In queste società, che rappresentano la nostra matrice culturale di cui abbiamo perso memoria cosciente, il contatto con la morte e l’oltre, di cui Samahin rappresenta una traccia, non erano allontanato e ridotto a intrattenimento ma celebrato come fase del ciclo più grande della vita.

Il compito profondo di noi donne è permettere alla Verità relativa all’Ethos del femminile di riemergere, non creandoci visioni arbitrarie dettate dalla cultura e dalla narrazione dominante della storia ma lasciando che scaturisca dalle voci delle nostre antenate lontane, da quelle stesse donne che ancora oggi vivono in noi.

CARLA MINERVA

In queste società quell’Ethos femminile, che comunemente assembliamo sotto il nome di Dea o grande madre non era svilito, ostracizzato, perseguitato e ridicolizzato come accade ed è accaduto nel corso della storia. Quell’Ethos era parte integrante di un sistema sociale.

Nel corso della civiltà, tutti i portatori di quell’Ethos, donne e uomini, hanno continuato a lavorare sottotraccia, rischiando nei periodi di persecuzione più efferati, la vita stessa. Anche in noi donne, oggi, quella traccia permane e permane come corpo di dolore che possiamo sentire in maniera più o meno vivida nel nostro sangue mestruale o in quell’impalpabile sensazione di legame con la natura che rinnova il patto antico con le nostre antenate. Le donne del nostro clan ma anche le donne del Neolitico, della cultura della vecchia Europa, dell’antica Grecia, attraversando le persecuzioni cristiane, le donne del medioevo, quelle tutte idealizzate dell’Illuminismo e dei primi movimenti femministi, vivono in noi.

Quella traccia permane come corpo di dolore fino ad arrivare al nostro non riconoscerci lo spazio di celebrare Samahin senza che qualcun altro ci dica come fare o fermarci a sentire, con la sola nostra memoria cellulare, il senso più intimo del contatto con la morte come preparazione alla rinascita. Eppure quelle antenate sono attive in noi e l’Ethos femminile di cui sono state portatrici è lo stesso che siamo chiamate ad irradiare e a testimoniare in ogni remoto angolo della nostra attuale incarnazione.

Prima che tutto scompaia, prima che quella traccia venga definitivamente sovvertita e polverizzata dalla ridicolizzazione della festa di Samahin, dalla goliardia senza fondamento dei travestimenti, dalla finta spiritualità che resta confinata alla sensazione narcisistica di essere superiori a chi non capisce, dallo sguardo giudicante e frettoloso di chi, ritenendosi illuminato, relega queste cose a feste sciocche per i bambini o per chi, immaturo, proprio non ne vuole sapere di crescere…

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